Ospedale di Faido e obiettivi per la prossima pianificazione ospedaliera

Il 3 dicembre scorso all’’assemblea della Associazione per gli ospedali di valle riunita a Biasca l’unisono delle voci dei circa trenta presenti convergeva sulla delusione di constatare come l’Ospedale di Faido , un tempo tanto presente e tanto apprezzato dai leventinesi, avesse perso la sua posizione di centro sanitario della valle. Le cause della nebbia che l’ha nascosto agli occhi e al cuore dei cittadini della valle sono molte: il servizio autolettighe che prende troppo facilmente la strada verso l’ospedale di Bellinzona, i medici della valle delusi da inspiegabili e ingiustificate barriere all’ospedalizzazione di pazienti trovati urgenti a casa, la mancata assegnazione di letti di cura post-acuta, la perdita della identità di ospedale per un infelice cambio di nome nell’annuncio delle addette al telefono ( per un po’ di tempo esse annunciavano la struttura con il nome di “Reparto di riabilitazione dell’EOC” o peggio ancora con il nome “Ospedale Regionale di Bellinzona e valli”). Indubbio fattore anche una malefica pianificazione ospedaliera che assegnava a Faido solo 10 letti acuti, corretti poi con degnazione in 15, senza letti di cura post-acuta , i ben noti letti RAMI (Reparto Acuto di Minor Intensità). I ticinesi, nel 2017 sollecitati dall’Associazione, avevano confermato in una iniziativa con quasi 15 000 firme la necessità di non sguarnire i presidi ospedalieri delle valli, centri indispensabili per la medicina di prossimità. Malgrado ciò la messa a tempo parziale del primario non faceva che confermare la curva discendente di un ospedale altrimenti moderno, ben equipaggiato, munito di tutti i presidi tecnici e di personale atti a realizzare una medicina ospedaliera competente per le malattie più frequenti e vicina alle famiglie e agli anziani della valle. La giornata delle porte aperte di inizio ottobre organizzata dall’EOC nell’spedale stesso aveva mostrato una struttura moderna, accogliente e competente.

Al capezzale di un ospedale in perdita di credito non resta che cercare una cura drastica ma che sarà salvifica se i politici, edotti dai disastri che la centralizzazione ha creato in Francia, sapranno scolpire nel 2019 una pianificazione ospedaliera che ci eviti i “gilets jaunes”. Ecco la ricetta per la cura. L’ospedale di valle dovrà presentarsi all’esterno come un tutt’uno con il suo nome di Ospedale di Faido, tralasciando divisioni interne (Reparto acuto, AMI, riabilitazione, geriatria, cure palliative eccetera). Chi ospedalizza, sia dall’esterno che per trasferimenti da altri ospedali per post-cure o convalescenze deve sapere che l’ospedale accoglie con tutta la sua disponibilità di letti (60 per Faido). I confini tra i reparti dovranno essere flessibili , la compenetrabilità marginale garantita e i medici polivalenti (l’internista serve anche al reparto di riabilitazione, il medico della riabilitazione deve potersi impegnare nel triage del pronto soccorso in supplenza). A questo scopo si dovranno creare incentivi finanziari per avere nello staff medici esperti di medicina generale , disposti a impegnarsi per l’ospedale, dediti alla formazione di giovani assistenti. Motto “un ospedale dove non si insegna non è un buon ospedale”. Il primario dell’ospedale di Faido ( come ad Acquarossa) , pur mantenendo l’integrazione nello staff dell’ospedale centrale, dovrà impegnare il suo nome quale responsabile verso la popolazione della qualità dell’ospedale e della sua apertura al servizio della stessa cercando un’intensa collaborazione con i medici della valle e stabilendo dove è possibile interazioni atte a facilitare eventuali supplenze reciproche. Il servizio di ambulanza salvo per casi specialistici o gravi dovrà portare i pazienti all’ospedale di Faido. Dovrà essere implementato uno studio atto a fare sì che la remunerazione di una degenza sia dipendente non da una categoria rigida (AMI, acuto, convalescenza, riabilitazione, geriatria) ma da parametri reali di consumo di prestazione medica, uso di tecnologia (RX, labor, fisio, ecc), consumo di medicamenti, intensità di cura infermieristica . Già adesso si stilano scale di valutazione dell’impegno infermieristico che vengono immagazzinate nell’informatica dei reparti e che , se non vengono usate, abusano dell’impegno amministrativo del personale di cura. Da questi dati una contrattazione della remunerazione di una giornata di cura su basi di costi reali e non imposti a priori dovrà essere intavolata e conclusa con le casse malati e le assicurazioni. Dal canto suo l’EOC presterà attenzione particolare alla comunicazione e alla trasparenza degli investimenti e dei costi annui dell’ospedale evitando di dividere il costo dell’ospedale sul numero delle giornate di cura prestate (il che penalizza la struttura caricando sul costo per giornata di cura la necessità di una base di servizio inevitabile e non ulteriormente riducibile) ma mettendo in risalto che l’effettivo consumo di prestazioni da parte del paziente nel piccolo ospedale è meno oneroso che nell’ospedale centrale (che offre maggior rischio di prestazioni inutili e male indicate). Il costo dell’ospedale periferico dovrà essere pesato anche tenendo conto del minor impatto ambientale (diminuzione dei trasporti di pazienti e visitatori), del minor rischio di medicina inutile, del maggior conforto per i visitatori, della vicinanza del paziente alla sua famiglia e al suo ambiente e non da ultimo del beneficio economico che ne trae la regione circostante.

Solo una pianificazione che terrà conto della posizione cardine di un ospedale di periferia potrà essere la risposta adeguata alle quasi 15000 firme dei ticinesi!

Filippo Martinoli
gennaio 2019